Imparare dal passato, la cura attraverso la Storia e la Letteratura

“COVID-19 (acronimo dell’inglese COronaVIrus Disease 19), o malattia respiratoria acuta da SARS-CoV-2 (dall’inglese Severe acute respiratory syndrome coronavirus 2) o più semplicemente malattia da coronavirus 2019, è una malattia infettiva respiratoria causata dal virus denominato SARS-CoV-2 appartenente alla famiglia dei coronavirus. I primi casi sono stati riscontrati durante la pandemia di COVID-19 del 2019-2020.” (fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/COVID-19)

Comunque la si voglia chiamare, questa malattia, oggi giorno, ancora con origini sconosciute, venne identificata per la prima volta nei primi giorni del 2020 dalle autorità sanitarie della città di Wuhan, capitale della provincia di Hubei in Cina. Contando diversi portatori sani, ossia persone asintomatiche che non presentano alcun sintomo, ma che trasmettono comunque la malattia, il numero di contagiati ha raggiunto dei livelli inverosimili. Ad oggi, si contano ben 193.475 casi confermati nel mondo dall’inizio dell’epidemia, di cui 81.151 casi confermati, 3.242 morti e 69.775 guariti in Cina e ben 28.710 persone positive, 2.978 deceduti e 4.025 guariti in Italia. Numeri che fanno riflettere, o che almeno dovrebbero. (fonte dati numerici: http://www.salute.gov.it/portale/home.html)

Ma come è possibile che questa malattia si sia diffusa a macchia di leopardo, con questa velocità e aggressività? Probabilmente, le misure di prevenzione che i governi di tutto il mondo avrebbero dovuto prendere sin dall’inizio non sono state prese e probabilmente la situazione è stata sin da subito trattata con troppa superficialità. Fatto sta che qualcosa non ha funzionato e tutt’ora continua a non funzionare, comprese le quarantene non rispettate e, soprattutto, le persone che non seguono le norme indette dalle istituzioni.

Se fossimo in un passato nemmeno troppo lontano, l’Italia, ad oggi interamente zona rossa, sarebbe circondata da un cordon sanitaire (letteralmente, cordone sanitario) e i nostri cugini europei starebbero al confine per evitare che qualcuno entri nel loro paese.

Questo, accadde nel 1821 quando il duca di Richelieu decise di usare l’esercito per bloccare gli ingressi dalla Spagna, paese in cui, allora, divampava la temibile febbre gialla.

Fu proprio in questo periodo che comparve per la prima volta il termine cordon sanitaire, ma già da secoli si usava “limitare” una zona per evitare contagi ed è proprio dal passato, che dovremmo imparare qualcosa.

In Italia, è certamente nota, anche dal punto di vista letterario, la peste del 1630. L’epidemia è nota anche come peste manzoniana perché venne ampiamente descritta, appunto, da Alessandro Manzoni nel romanzo I promessi sposi e nel saggio storico Storia della colonna infame.

Il contagio fu portato in Lombardia dalla discesa delle truppe tedesche al comando di Albrecht von Wallenstein, che si insinuarono nella Valtellina per poi assediare la città di Mantova. Ne il passaggio dei lanzichenecchi, descritto nei capitoli XXVIII, XXIX e XXX del romanzo I promessi sposi, viene descritto quando tutto ciò avvenne, ossia, nell’autunno del 1629, lasciando dietro una scia di terribili saccheggi e devastazioni.

Le autorità sanitarie di Milano nutrivano, effettivamente, forti timori che il passaggio dei soldati tedeschi potesse diffondere la malattia. Alessandro Tadino, allora membro del Tribunale di Sanità, avvisò il governatore milanese Don Gonzalo Fernandez de Cordoba del rischio incombente sulla città chiedendo provvedimenti di prevenzione, ma l’uomo politico rispose che la discesa delle truppe era dovuta a esigenze belliche che non potevano essere impedite e che bisognava confidare nella divina Provvidenza. A causa della noncuranza del politico, purtroppo, vari casi di peste vennero riscontrati in tutto il territorio percorso dai lanzichenecchi ed il famoso medico Lodovico Settala, che già aveva visto la precedente epidemia del 1576, si occupò di informare il Tribunale di Sanità che la peste si stava diffondendo nel territorio.

Ambrogio Spinola, che nel frattempo aveva sostituito Don Gonzalo Fernandez de Cordoba nella carica di governatore dello Stato, affermò, dopo vari avvertimenti riguardo l’epidemia, testuali parole: le preoccupazioni della guerra erano più pressanti”. Solo pochi giorni dopo, il 18 novembre 1629, vennero celebrate pubbliche feste per la nascita del primogenito di Filippo IV, Re di Spagna, senza alcun timore che il concorso di folla nelle strade potesse facilitare la diffusione del morbo. Manzoni sottolinea come le autorità sanitarie e politiche di Milano mostrassero un’incredibile negligenza nell’applicare le minime misure di prevenzione per evitare che il contagio si propagasse alla città, al punto che le restrizioni furono emanate solamente quando ormai la peste era già entrata a Milano.

Per ordine del Tribunale, finalmente, vennero costretti alla quarantena tutti i malati o le persone sospette, mentre la voce popolare ed il Tribunale stesso accusavano di incompetenza quei medici che si erano adoperati per far fronte all’emergenza. Furono proprio i casi di peste tra le famiglie aristocratiche più in vista di Milano a convincere la popolazione della realtà dell’epidemia, anche se il Tribunale di Sanità inizialmente parlò ancora di “febbri pestilenti” e “aggressive” per non allarmare i cittadini.

Il passato è ciclico ed evidentemente non abbiamo imparato nulla dagli errori già commessi. La letteratura e anche la storia, in questo caso, sono delle risorse che avremmo dovuto “ascoltare”. Anche se tutto si evolve, alla fine torna com’è; c’è come una sorta di “regressione” e si ritorna sempre a compiere gli stessi errori.

Ma dal passato, delle volte, possiamo attingere anche a fatti da cui trarre ispirazione.

Nel 1666, ad esempio, il villaggio inglese di Eyam, un piccolo centro di poche centinaia di abitanti, venne colpito dalla peste bubbonica. Fu proprio questo piccolo villaggio a compiere, forse, l’impresa più eroica e generosa della storia:

Anziché fuggire dal focolaio, gli abitanti di Eyam, decisero tutti di restare, per evitare il diffondersi del contagio. Crearono un perimetro fatto di pietre intorno al paesino e lì rimasero per 14 mesi. Le provviste arrivavano dai villaggi vicini, che lasciavano i viveri sul confine e prendevano in cambio i soldi “disinfettati” con acqua o aceto. Morì l’80% degli abitanti, ma non mossero un passo fuori dal paese. Dei 350 abitanti originari, ne rimasero vivi solo 90.

Nel 1918, invece, nel pieno dell’influenza spagnola, la cittadina di Gunnison, Colorado (USA), si barricò intorno al confine della contea. L’influenza spagnola si era generalmente rivelata troppo contagiosa e rapida per essere contenuta dalle semplici precauzioni o dal cordone sanitario, ma a Gunnison optarono per una dura scelta: chiusero ogni entrata e chi arrivava in città con il treno sapeva che sarebbe stato arrestato immediatamente e messo in quarantena per 5 giorni. Come risultato di queste misure preventive, in due mesi di isolamento, Gunnison non subì nessun decesso per influenza.

Imparare a capire il presente e il futuro attraverso la storia e la letteratura è molto illuminante. Purtroppo, nel nostro paese si hanno troppe analogie col romanzo di Manzoni e sembrerebbe quasi come se la storia si stesse ripetendo. Al contrario, non dovremmo ripetere gli errori commessi in passato, ma imparare da essi, in modo da non commetterne più.

Qui di seguito, altri esempi di come la letteratura possa insegnarci a non ripetere gli stessi errori: https://unitaliaservizi.wordpress.com/2020/03/04/ieri-come-oggi-la-letteratura-insegna-al-tempo-del-coronavirus-come-al-tempo-del-manzoni-e-del-boccaccio/

L’arte terapeutica del kintsugi: L’essenza della resilienza

Secondo un’antica credenza giapponese, rompendosi, la ceramica prende nuova vita attraverso le linee di frattura dell’oggetto. Quest’ultimo diviene ancora più pregiato grazie proprio alle sue cicatrici. Questa è l’antica arte giapponese del kintsugi. Quando una ciotola, una teiera o un vaso prezioso cadono frantumandosi in mille cocci, noi li buttiamo con rabbia e dispiacere, eppure, c’è un’alternativa, una pratica giapponese che fa l’esatto opposto: evidenzia le fratture, le impreziosisce e aggiunge valore all’oggetto rotto. Si chiama kintsugi (金継ぎ), letteralmente oro (“kin”) e riunire, riparare, ricongiunzione (“tsugi”).

Con questa tecnica si creano vere e proprie opere d’arte, sempre diverse, ognuna con una storia da raccontare e con una propria ed unica bellezza. Tutto questo è possibile proprio grazie all’unicità delle crepe che si creano quando l’oggetto si rompe, come fossero le ferite che lasciano tracce diverse su ognuno di noi. In questo modo, le cicatrici e le ferite diventano bellezza da esibire e non una vergogna o un limite.

Il kintsugi ci dà indubbiamente dei messaggi bellissimi e positivi. Secondo quest’arte non si deve buttare ciò che si rompe. La rottura di un oggetto non ne rappresenta la fine. Le sue fratture diventano trame preziose. Si deve tentare di recuperare, di rinascere da quelle ferite, e nel farlo ci si guadagna. È come l’essenza della resilienza. E indubbiamente, potremmo traslare questo significato su di noi, su noi esseri umani e sulle nostre storie.

Nella vita di ognuno di noi, forse, si deve cercare il modo di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, battaglie e sconfitte e cercare di crescere attraverso le proprie esperienze dolorose, di valorizzarle, esibirle e convincersi che sono proprio queste che rendono ogni persona unica, preziosa. Sono come delle cicatrici di guerra che vanno “indossate” ed esibite con fierezza. Non si deve cercare di nasconderle. Le nostre fragilità, in realtà, sono la nostra forza in quanto è grazie a queste ultime che cresciamo, che ci plasmiamo e siamo ciò che siamo.

Delle volte, le nostre battaglie, le nostre difficoltà, non avvengono per caso. Scegliendo di accettare ed aggiustare cosa è danneggiato, non solo ne riconosciamo il valore, ma sviluppiamo un attaccamento ancora più forte nei suoi confronti, traendone appunto forza.

In sostanza, si tratta di fare un passo indietro e guardare le cose che ci sono successe da una prospettiva diversa. Che la vostra ferita sia fisica o emotiva, l’energia del kintsugi, può sostenerci e accompagnarci nel processo di guarigione. Un cammino che richiede cura e pazienza ma che non è difficile da seguire.

La psicoterapia, spesso, segue la tecnica del kintsugi, aiutando le persone a cui si è formata una crepa nella vita, dove purtroppo, oramai, riescono solo a vedere i frammenti di sé stesse, a diventare più forti di prima e facendo loro scoprire delle risorse del quale prima non erano a conoscenza.

Le si aiuta ad eliminare la paura, la vergogna ed il senso di colpa. Se ci pensiamo bene, questa tecnica è proprio terapia pura.

Potremmo riassumere quest’arte, questa terapia, o forse meglio dire, questa filosofia in ben sei fasi:

  • 1 – La rottura: Un imprevisto, un movimento sbagliato, uno shock.In questo momento dobbiamo riacquistare la calma e cercare di raccogliere i pezzi.Dobbiamo prenderci cura di voi, e di lasciare che anche gli altri lo facciano. Non dobbiamo nascondere la nostra sofferenza, bensì condividerla e prenderci tutto il tempo necessario per “guarire” davvero.
  • 2 – L’assemblaggio: Qui dobbiamo ricostruire il puzzle del nostro percorso. Questa fase ci invita a conoscervi meglio, facendoci intraprendere un vero e proprio viaggio nel nostro inconscio.
  • 3 – Il saper aspettare: Per andare avanti al meglio, dobbiamo saper aspettare, avere pazienza per poterci sbarazzare da ciò che ci intralcia e/o per poter raggiungere un obiettivo. Dobbiamo concentrare tutti gli sforzi per raggiungere un unico obiettivo alla volta e restare focalizzai su questo.
  • 4 – La riparazione: A poco a poco rimuoviamo strati di emozioni che, come un’armatura, abbiamo usato per proteggerci dagli altri e da noi stessi, finendo per chiuderci come in un guscio. Scopriamo noi stessi e finalmente mostriamoci anche agli altri.
  • 5 – La rivelazione: Diversi studi di psicologia positiva lo dimostrano: prendendo consapevolezza di noi stessi, delle nostre risorse e capacità e delle nostre fortune quotidiane, aumentiamo di conseguenza il nostro livello di felicità. I ricordi felici e i momenti preziosi, sono infatti come l’oro sulla ceramica, che dobbiamo usare per poter tornare a splendere di nuovo.
  • 6 – L’esaltazione: Come l’oggetto trasformato dall’arte del kintsugi rivela tutto il suo splendore, anche noi ci dobbiamo rendere conto di aver subito una trasformazione, di essere guariti. Osservandoci, guardandoci nel profondo, potremmo finalmente notare la differenza.

Tutti noi, in fin dei conti siamo dei sopravvissuti, l’importante è rendersi conto di esserlo. È questa la bellezza del kintsugi, la consapevolezza di non essere più ridotti in mille pezzi, ma di esser diventati qualcosa di molto di più rispetto a prima.

“Sulla schiena trovi cicatrici, è lì che ci attacchi le ali”.

– Ermal Meta , Lettera a mio padre

Il potere di una carezza

Quanto ci fa star bene e ci rende positivi stare vicini gli uni gli altri? Non è solo un effetto placebo, infatti evidenze scientifiche dimostrano che il contatto fisico ha svariati effetti benefici sulla salute. Ma com’è possibile che un abbraccio, una carezza, un massaggio o semplicemente una stretta di mano possano sciogliere blocchi emotivi, aiutare il rilassamento, alleviare lo stress e innalzare le difese immunitarie?

La nostra società, purtroppo, è sempre più propensa al contatto virtuale a discapito del contatto fisico, facendoci perdere tutti i vantaggi dell’interazione fisica regolare con le altre persone, partner e figli compresi. A causa dello stile di vita a cui siamo abituati possiamo passare molte ore, spesso anche alcuni giorni senza contatto fisico. Ciò può avere un impatto molto negativo sulla nostra salute, molto più di quello che possiamo immaginare.

Il potere curativo del contatto è estremamente importante per la nostra vita, è stato dimostrato che i bambini che non ricevono contatto fisico sufficiente hanno gravi problemi di sviluppo, difese immunitarie basse e sono propensi ad assumere comportamenti aggressivi e violenti. Uno dei primi studi che ha dimostrato la potenza curativa del contatto umano è stato fatto durante la seconda guerra mondiale. Il dottor Renè Spitz, neuropsichiatra infantile, fece uno studio, secondo il quale emerse che oltre il 60% dei bambini presi in esame con meno di un anno di età, malgrado ricevessero nutrimento adeguato e cure igieniche, se privati del contatto fisico andavano incontro alla morte: non potendo vivere senza affetto, senza carezze, insomma senza un contatto amorevole, i bambini si lasciano morire. Secondo Frederick Leboyer , infatti, per i bambini essere cullati, accarezzati, massaggiati, è indispensabile, esattamente come lo sono le vitamine, i sali minerali e le proteine, se non di più. Se viene privato di tutto questo, il bambino, anche se gonfio di latte, si lascerà morire di fame.

La necessità del contatto fisico, però, non è valida solo per i neonati. Quando veniamo accarezzati, abbracciati o massaggiati, le terminazioni nervose della pelle inviano dei messaggi al cervello, alla stessa maniera di come si percepisce il calore o il dolore, quando veniamo toccati da un’altra persona, i messaggi inviati al cervello si tradurranno in sentimenti di sicurezza, felicità e benessere.

I benefici del contatto fisico:

1. Abbassa la pressione sanguigna e regolarizza la frequenza cardiaca

2. Rinforza il sistema immunitario

3. Contrasta la depressione e riduce lo stato di ansia

4. Favorisce la tolleranza al dolore

5. Aiuta nella cura di patologie cutanee croniche

6. Favorisce il sonno

7. Favorisce il rilassamento muscolare

8. Stimola la produzione di calcio e favorisce il benessere delle articolazioni

9. Promuove il benessere generale

10. Aiuta le relazioni

Anche nello straordinario mondo della danza il contatto ha recentemente assunto un valore molto importante, quasi vitale per la riuscita di una coreografia composta da più di una persona, in quanto questo permette al gruppo di “unirsi”; ossia di unire le loro anime e di essere una cosa sola.

Fondata negli anni da un gruppo di danzatori newyorchesi capeggiati da Steve Paxton, la Contact Improvisation è una tecnica di movimento nata nei primi anni 70, come ricerca di nuove possibilità di movimento attraverso il contatto fisico e sensoriale. Essa si fonda sulla fiducia reciproca e la fluidità.

Parte dal principio che il movimento è prima di tutto uno spostamento di peso nella tridimensionalità dello spazio. Serve a gestire dunque il proprio peso quando siamo in contatto con qualcun’ altro (compresi il muro e il pavimento), a far diventare questo contatto un’opportunità per sondare le infinite possibilità di azione che abbiamo in ogni momento senza perdere la continuità e la semplicità della nostra danza.

È una pratica adatta a tutti perché dà la possibilità ad ognuno di partire da ciò che c’è. Permette a chi già danza di acquisire maggiore consapevolezza e fornisce a chi non lo ha mai fatto, un’opportunità per iniziare.

Esempio di Contact Improvisation

La contact improvisation è sostanzialmente una pratica di danza nella quale i punti di contatto fisico, fra almeno due danzatori, diventano il punto di partenza di una esplorazione fatta di movimenti improvvisati. Al di là dei semplici punti di contatto fisico, entra in gioco il contatto globale (auditivo, cinetico, percettivo/energetico ed anche affettivo) del danzatore con i suoi partner e con ciò che c’è intorno (il terreno, lo spazio, la forza di gravità, etc.). L’interazione dei corpi, che va a costituire la struttura vera e propria dell’improvvisazione, nasce da un primo semplice contatto fra qualsiasi punto del corpo dei due danzatori.

 A partire dall’ascolto di questo contatto si sviluppa poi una continua ridistribuzione di pesi e forze fra i due, con movimenti che possono amplificarsi o ridursi senza mai contrastare i principi fisici fondamentali di cui abbiamo parlato.

La bellezza e la fortuna di questa forma di danza sta proprio in questo tocco iniziale: chiunque può fare Contact Improvisation perché la varietà dei movimenti a disposizione dei danzatori dipende dallo scambio reciproco di questo necessario contatto preliminare.

C’è addirittura chi ha trovato nel Contact una forma di terapia, in quanto nella mente e nel corpo dell’individuo si creano le condizioni ideali a far avvenire tutto ciò, sprigionando ed esternando al massimo sé stesso e le proprie emozioni, a conferma che il contatto fisico è davvero importante per l’essere umano.

“L’esperienza del tocco e quella del movimento sono fondamentali per riuscire a scoprire chi siamo, che è l’altro da noi e come possiamo riuscire a stare insieme in questa danza che è la vita”.

– Bonnie Bainbridge Cohen

Resurfacing: AMA, an underwater dance

Julie Gautier, daughter of a dance teacher and an underwater fisherman, decides not to sacrifice any of the passions transmitted by her parents and to unite them in a new art form. She is from Reunion Island, but she has been living in Nice since the age of 26. Here she started making artistic underwater videos with her partner, the world freediving champion Guillaume Néry, helping to bring a new look at the marine world. Their strength is based on using freediving to show both the camera’s points of view, in a perfect combination of performance, exploration and aesthetics. Completely self-taught, Gautier has turned her discipline into an art that claims to be inspired by dance, cartoons and cinema.

Julie Gautier, freediving champion, underwater model, director, cameraman, dancer, tells us her most intimate story in AMA , a video of an extreme delicacy and beauty shot in the deepest swimming pool in the world, the one in Montegrotto Terme, Y-40 , in which she is the protagonist. AMA is an underwater dance which narrates about the pain and the need to face it. A video, a story dedicated to all women, that aims to be a message of hope for all those who find themselves forced to face pain. Everything accompanied by a fantastic and evocative Italian style soundtrack entitled “Rain in Your Black Eyes”, composed by the great Ezio Bosso. The title, among other things, is strongly related to the theme that Gautier has decided to communicate us and the melody also is equally inherent to this delicate theme that everyone decides to interpret according to their own experiences and emotions. Not by chance, Julie Gautier herself said that the introduction of the film is completely dedicated to the song.

This masterpiece is a dance that dries your tears, embraces you and comforts you at the same time. When the pain is too great to keep inside, there is art to help us. Paradoxically, you shouldn’t hold it like the breath underwater in this performance, but you should externalize it, throw it out.

At the beginning of the video, in fact, we can see a woman crossed by rainy tears, from which, firmly, she decides not to escape. The rain falls on this woman like all those tears that she cannot and is unable to cry. In the next scene, the woman becomes almost like something spiritual and is now completely immersed in water. Lying at the bottom of an immense pool, she begins to move, maintaining her delicacy. This is where her dance begins. A delicate, touching and exciting dance that will slowly bring her to the surface and then she can finally breathe again.

The title AMA comes from the Japanese “woman of the sea”, a term used to depict the traditional underwater fisherwomen in search of pearls, who were very strong and united women. And it is to all the women of the world that the film is dedicated.

Art and psychology are two closely related dimensions in terms of overcoming traumatic events. Through art it is possible to express ideas and feelings associated with a traumatic event. Art, therefore, becomes an essential tool for communicating and transforming pain. A wonderful help for the metamorphosis of trauma.

In the ‘existence of everyone, who much more, who fortunately less, there are difficulties, problems, failures, moments of discomfort and discouragement, complicated and painful situations. It is here that reacting to difficulties, self-healing, becomes the only solution. According to some studies, it has been proved, especially in the female world, a wonderful physical and psychological ability to accept pain without removing it, to let be crossed by it, and in the end to use it not trivially to resist but to regenerate themselves. Because holding on is not enough, even though there are times when we can do nothing but hold on. It is not a question of making a virtue out of necessity, but precisely of growing through difficulty and pain.

“AMA is a silent film. It tells a story that everyone can interpret in their own way, based on their own experience. There is no imposition, only suggestions.

I wanted to share with this film my greatest pain in this life. Because it’s not too raw, I covered it with grace. So as not to make it too heavy, I immersed it in water.

I dedicate this film to all the women in the world”

Julie

La memoria dell’acqua

La memoria dell’acqua è la presunta proprietà dell’acqua di mantenere un “ricordo” delle sostanze, delle vite con cui è venuta in contatto.

Il concetto di memoria dell’acqua fu proposto per la prima volta da Jacques Benveniste nel 1988 al fine di ipotizzare un meccanismo che spiegasse il presunto funzionamento dei rimedi omeopatici, la cui reale efficacia è, a sua volta, indimostrata.

Secondo questi studi, è come se l’acqua avesse la capacità di trattenere l’impronta di ciò con cui entra in contatto come un’informazione e fosse anche in grado di ritrasmettere questa informazione anche dopo che ‘il contattato’ non si trova più nell’acqua stessa.

L’acqua agisce come un recettore, essendo in grado di ricevere le frequenze d’onda e di memorizzarle (memoria), ma agisce anche come trasmettitore, trasmettendo le frequenze delle onde memorizzate (informazione).

Non esiste alcuna prova scientifica che supporti l’esistenza di questo fenomeno nonostante siano stati pubblicati alcuni studi che sembravano effettivamente comprovarlo.

Masaru Emoto, famosissimo saggista, pseudo-scienziato e ricercatore giapponese, dedicò la sua vita alla memoria dell’acqua riuscendo a dimostrare come l’acqua può registrare informazioni e come queste informazioni influenzino l’acqua stessa.

Emoto, fece vari esperimenti sull’acqua, con i quali ha potè constatare come variavano le forme dei cristalli in base alle diverse parole applicate all’acqua.

Da queste foto, riusciamo a comprendere veramente come l’acqua venga effettivamente influenzata dall’intento, dal pensiero, dalla vibrazione di un suono o di una parola e ne memorizzi l’informazione.

Le parole, come i pensieri, e i simboli sono energia e hanno una vibrazione ed una frequenza. Nell’esperimento infatti è chiaro come informazioni diverse influenzino l’acqua in maniera differente.

Famosissimo, è anche il suo “esperimento del riso, dove l’acqua posta in un barattolo esposto a frequenze positive previene la muffa che invece si sviluppa e prolifera in un altro barattolo.

La procedura è molto semplice. Basta cuocere del riso, scolarlo e metterlo in due piccoli barattoli aggiungendovi un pò di acqua.

Su un barattolo basterà aggiungere un adesivo con una scritta carina o una parola positiva, mentre nell’altro si dovrà applicare un adesivo con una scritta negativa.


Oltre alle parole scritte nell’adesivo, è importante anche l’intento e l’emozione interiore, quindi bisogna cercare di proiettare queste emozioni di amore e di odio verso i due barattoli.

Il risultato che si otterrà da questo esperimento è evidente: l’acqua che si trova nel barattolo precedentemente esposto a frequenze positive presenterà caratteristiche del tutto diverse rispetto al barattolo esposto a frequenze negative. L’acqua si presenterà più limpida e cristallina, più pura nel primo barattolo e più sporca e putrida nel secondo.

Recentemente anche la multinazionale statunitense “Disney” ha indirettamente, o volutamente, affermato il concetto di memoria dell’acqua nel suo ultimo film d’animazione “Frozen 2 – Il segreto di Arendelle”.

Infatti, spesso nel film, ricorre l’affermazione: “L’acqua ha memoria”.

Tale affermazione, è poi comprovata durante lo svolgimento della trama, in quanto i ricordi, le memorie del passato e le verità nascoste verranno poi svelate proprio grazie all’acqua stessa.

Al di là del lato poetico che la Disney ha voluto regalarci, ritengo che questa non sia stata una scelta fatta a caso, ma bensì studiata in tutti i sensi sia dal punto di vista scientifico, applicando quindi tutti gli studi effettuati al riguardo in maniera eccellente senza tralasciare il minimo dettaglio, che romantico, essenziale per ottenere un ottimo film d’animazione ed un responso positivo dal pubblico.

Al di là di tutto ciò, però, al momento possiamo solo dire che questa teoria, sicuramente molto affascinante, dona a noi uomini un’ottica diversa di vedere e pensare le cose.

Visto che noi e il nostro mondo siamo fatti al 70% di acqua, che l’acqua fosse all’origine della vita lo si era già intuito, ma che fosse addirittura il darsi della vita stessa in tutti i sensi e della coscienza non era ancora dato tra le ipotesi scientifiche e sicuramente, se le cose stanno così, un motivo deve sicuramente esserci.

L’acqua è vita, l’acqua trasporta informazioni, noi siamo fatti di acqua, il mondo è fatto d’acqua e senza l’acqua non potremmo vivere.

L’Anno Lunare degli orrori

Doveva essere un giorno di festa, di gioia. In Cina, il 25 gennaio si sarebbe festeggiato l’Anno del Topo, simbolo di intelligenza, successo e vita tranquilla.

Come tutti sappiamo, però, recentemente in Cina, proprio poco prima della consueta festa del Capodanno Cinese, si è sviluppato un virus altamente pericoloso e contagioso per l’essere umano: Il coronavirus, chiamato anche 2019-nCoV.

Migliaia di persone infette e tante altre, purtroppo, sono decedute.


“Cinesi di m…..”.
Queste sono le parole che vedo scritte e che sento ultimamente.
“È colpa loro se ora gira il coronavirus.”
Ma la colpa, non è dell’intera popolazione, ammesso che la colpa sia effettivamente di qualcuno.


Vi sono varie teorie al riguardo. Alcune relative al complottismo, che riguarderebbero una vera e propria arma battereologica creata dall’uomo. Altre teorie, invece, riguardano l’alimentazione di questo popolo. Si pensa, infatti, che la “colpa” sia dei pipistrelli e dei serpenti.

Il 22 gennaio 2020, il Journal of Medical Virology ha pubblicato un rapporto con analisi genomica che riflette che i serpenti nell’area di Wuhan sono “il più probabile serbatoio di animali selvatici” per il virus, ma sono necessarie ulteriori ricerche. Infatti, le sequenze del betacoronavirus di Wuhan mostrano somiglianze con i betacoronavirus trovati nei pipistrelli; tuttavia, il virus è geneticamente distinto da altri coronavirus come quello correlato alla sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e il coronavirus correlato alla sindrome respiratoria mediorientale da Coronavirus (MERS).

Tra l’altro, è emerso un ulteriore dato. Il 25 gennaio 2020 è stato individuato un “paziente zero”, ossia un caso accertato il primo dicembre che, stando alle ricostruzione dei medici di Wuhan, non avrebbe avuto contatti con il mercato di animali vivi. Pertanto le cause di questa malattia sono ancora tutte da definire.


Quando non si sa come sfogarsi, come trovare delle giustificazioni per delle cose che accadono, tendiamo a dare la colpa. Ad addossarla a qualcuno. Questo, inevitabilmente ci fa sentire meglio. Ci liberiamo da ogni responsabilità. È come una giustificazione.
È colpa del popolo cinese possedere una cultura dove si mangiano determinati cibi? No.
La mia idea, è, che una cosa del genere sarebbe potuta succedere anche in Italia. La malattia sarebbe potuta provenire anche da un maiale. Si, quella carne di maiale che qui consumiamo giornalmente.


Episodio lampante, non nato in Italia, ma comunque in Europa, è quello della mucca pazza. Nessuno ha mai giudicato i nostri gusti e la nostra cultura alimentare. Perché mangiare una mucca è considerato normale e giusto mentre altri tipi di carne no? Cos’è che lo rende giusto o sbagliato? Si tratta semplicemente di culture diverse.
Ciò che sarebbe giusto fare, ora come ora non è puntare il dito contro, ma portare rispetto per una popolazione che è stata piegata in due. Una popolazione costretta a dover essere messa in quarantena.

Una popolazione che sta soffrendo.

Ormai l’andazzo dell’italiano medio è diventato questo. Giudicare. Puntare il dito contro. Odiare. Non rispettare. Iniziamo a non dare modo per far sì che si idealizzino ulteriori stereotipi negativi su noi italiani.

Addirittura alcune testate giornalistiche sono alquanto raccapriccianti.
Razzismo, ignoranza e disinformazione.
Ecco cosa siamo diventati.
Nemmeno in un caso di emergenza come quello del coronavirus, che sta mietendo sempre più vittime in Cina e che comincia a comparire nel resto dell’Oriente come negli Usa e in Europa si riesce a mostrare un po’ di umanità.
“Mangiano i serpenti e poi i cinesi crepano”. Un titolo, questo, di un giornale molto noto in Italia. Un titolo raccapricciante, volgare e sgradevole. Quel “crepano” pieno di sdegno, è solo ed esclusivamente cattiveria gratuita.

Ancora, sabato 26 gennaio 2020, durante l’incontro Idrostar-Ausonia, un 13enne di origini cinesi è stato insultato da un giocatore dell’altra squadra. “Spero che ti venga il virus come nei mercati in Cina”. Al 35esimo minuto del secondo tempo, il ragazzo esce in lacrime. “Non si è fatto male, non è stato sostituito. È stato insultato, umiliato solo perché cinese, perché voi non lo sapete ma oggi funziona così.”

Il peggio arriva dopo, quando l’arbitro non prende nessun tipo di provvedimento e il mister della squadra Ausonia, e neanche i dirigenti, richiamano il proprio giocatore. Passa tutto inosservato, tra l’indifferenza generale.

Episodio degno di nota, precedente agli eventi del virus cinese, è quello di Valentina, una ragazza italiana con origini cinesi. La 19enne era in treno, quando dei ragazzini hanno iniziato ad insultarla e a fare commenti razzisti e sessiti. Poco prima di scendere dal treno le hanno sputato. Possibile che la ragazza fosse sola in quel vagone? Questo non si sa, ma in ogni caso è stato un episodio davvero raccapricciante.


“Sono cinesi, sputiamogli addosso!” Queste le parole pronunciate prima di un’aggressione verificatasi a Venezia da parte di ragazzini italiani. Nel gruppo ci sarebbero stati anche bambini di 6-7 anni. L’episodio di razzismo, ora all’attenzione delle forze dell’ordine, è stato considerato legato a questa epidemia in atto.
Oggetto, questa situazione, anche delle recenti attenzioni da parte di Niclo Scomparin, esponente di Fratelli d’Italia di Casier (Treviso) che si è lasciato andare con parole a dir poco aberranti:

“Mancavano gli onti cinesi per impestarci!”.
Psicosi da coronavirus? Assolutamente no.
Ogni scusa, ormai, è buona per poter dar sfogo alla propria ignoranza ed inneggiare al razzismo.

Un ignoranza che parte dalle famiglie, dalle istituzioni e dai governi. A lungo si è lottato per la parità di diritti e per il rispetto di qualunque essere umano. Non distruggiamo tutto questo. Siamo nel 2020. Combattiamo per le ingiustizie. Combattiamo per un mondo migliore, dove ognuno di noi non dovrà essere giudicato in base alla propria etnia.

“L’unica razza che conosco è quella umana.”

– Albert Einstein

Il fascino delle date palindrome

pa-lìn-dro-mo:

Dal greco palindromos che corre all’indietro, composto di palin di nuovo, all’indietro, e dal tema di dramein correre.

Un giorno palindromo è un giorno del calendario la cui data, espressa nel formato numerico gg/mm/aaaa oppure mm/gg/aaaa, è simmetrica nella lettura, definita per l’appunto palindroma. In altre parole, resta uguale a sé stessa sia se letta da sinistra verso destra sia se letta da destra verso sinistra. Sono date simmetriche.

Siccome i formati delle date variano da paese a paese, non tutte le date che sono considerate palindromiche in un tipo di formato di data lo sono in un altro. Lingue, notazioni e calendari differenti determinano questo fenomeno. Noi, ad esempio, scriviamo 19, e non ci vediamo nulla di palindromo; ma provate a scriverlo come facevano gli antichi romani: XIX. Si tratta, dunque, di coincidenze; ma come ci insegna un memorabile carteggio tra il grandissimo fisico Wolfgang Pauli e uno dei padri della psicanalisi, Carl Gustav Jung, le coincidenze possono essere estremamente rivelatrici, informandoci non tanto come degli oggetti del mondo, ma delle modalità simboliche con cui noi ci riferiamo a essi. Casi particolari, che sembrano mettere ordine in un Universo caotico. Anche se secondo il filosofo Sir Francis Bacon, per capire la bellezza e la vita stessa occorre sempre che qualche simmetria venga infranta. Se fossimo rimasti schiavi della palindromia non avremmo imparato a leggere e a scrivere, a distinguere la destra dalla sinistra o magari il passato dal futuro.

Per esempio, il 2 febbraio 2020 o il 02-02-2020 è solo una data palindromica nel formato mm-gg-aaaa e gg-mm-aaaa.

Alcune date palindrome sono rare.

A seconda del formato della data, le date palindromiche possono essere rare. Aziz S. Inan, professore di ingegneria elettrica all’Università di Portland, ha calcolato che nel formato mm-gg-aaaa, i giorni palindromi tendono a verificarsi solo nei primi secoli di ogni millennio (1000 anni). L’ultima data palindromica del secondo millennio (anni 1001-2000) in questo formato era il 31 agosto 1380 o 08-31-1380.

Secondo il Dr. Inan, nel formato mm-gg-aaaa, la prima delle 36 giornate palindromiche del millennio in corso (dal 1° gennaio 2001 al 31 dicembre 3000) è stata il 2 ottobre 2001 (10-02-2001) e l’ultimo giorno di questo tipo sarà il 22 settembre 2290 (09-22-2290).

Ci sono 12 Giornate del Palindromo nel XXI secolo nel formato mm-gg-aaaa. La prima è stata il 2 ottobre 2001 (10-02-2001) e l’ultima sarà il 2 settembre 2090 (09-02-2090).

Nel formato mm-mm-aaaa, ci sono 29 Giornate del Palindromo nel secolo attuale. La prima è stata il 10 febbraio 2001 (10-02-2001). L’ultimo è un giorno speciale – è un giorno bisestile! Il 29 febbraio 2092 (29-02-2092) sarà l’ultimo giorno palindromo del XXI secolo.

Si ritiene inoltre che se si prende un numero, si invertono le sue cifre, si somma a quello iniziale il numero così ottenuto, si ottiene prima o poi un palindromo. Il più piccolo numero che sottoposto a questo procedimento non diventa palindromo sarebbe il 196.

I giorni palindromi del passato:

Se parliamo di date già trascorse dobbiamo tornare indietro di 8 anni rispetto al 2020. Ecco infatti le date palindrome (più recenti) già trascorse:

  • 21 02 2012 (21 febbraio 2012)
  • 11 02 2011 (11 febbraio 2011)
  • 01 02 2010 (1° febbraio 2010)
  • 20 02 2002 (20 febbraio 2002)
  • 10 02 2001 (10 febbraio 2001)

Possiamo notare che negli anni 2000 ovvero dal 2001 al 2092 (ultima data palindroma del secolo XXI è sempre e solo febbraio il mese che coinvolto nella data palindroma proprio perché le prime due cifre del secolo (20xx) diventano sempre e solo 02 ovvero febbraio.

Nel XXII secolo invece il mese coinvolto nei giorni palindromo sarà sempre e solo dicembre infatti 21xx letto al contrario è sempre 12 ovvero dicembre per cui ad esempio la prima data palindroma del XXII secolo sarà il 10 12 2101 (10 dicembre 2101)

E nel XX secolo quello del ‘900 per intenderci? Non ci sono stati giorni palindromi perché non potevano esserci infatti si noterà che le prime due cifre dell’anno 19xx lette al contrario danno 91 che non può essere perché ovviamente ci sono solo 12 mesi quindi da gennaio (01) a dicembre (12) appunto.

Tutte le date palindrome future:

Nel corso di quest’ anno ci sarà una coincidenza numerologica curiosa. Non solo l’anniversario della nascita di Roma sarà palindromo (2772), ma ci sarà anche la prima data palindroma del nostro calendario dopo il lontano 21/02/2012, cioè il 02/02/2020. La prossima ci sarà nel 2021 e quella successiva sarà nel 2022 e poi dovremo aspettare ben 8 anni perché la incontreremo nel 2030.

  • 12 02 2021 (12 febbraio 2021)
  • 22 02 2022 (22 febbraio 2022)
  • 03 03 2030 (3 marzo 2030)
  • 13 02 2031 (13 febbraio 2031)
  • 23 02 2032 (23 febbraio 2032)
  • 04 02 2040 (4 febbraio 2040)
  • a seguire fino al 2092

Ma perché la palindromia incuriosisce così tanto esoterici e non?

A quanto pare il motivo principale è che il palindromo, per la sua natura bifronte, include in sé i poli opposti: maschile e femminile, luce e buio, bianco e nero, destra e sinistra e così via, ribadendo la validità della formula, “così in alto così in basso”, di Trismegisto. Si va dicendo, curiosando qua e là, che i palindromi facessero parte spesso dei cosiddetti quadrati magici sia a base numerica che letterale.

Questi quadrati celavano verità occulte ed erano considerati espressione della saggezza spirituale. Ne è un esempio illustre il quadrato del Sator, iscrizione latina composta da cinque parole la cui giustapposizione si dice dia luogo a un palindromo, ovvero a una frase che resta identica se letta al contrario

Il palindromo del quadrato magico del Sator è presente anche in molte chiese del Medioevo. Le interpretazioni simboliche sono diverse: c’è chi afferma che Sator significhi il seminatore e che pertanto possa indicare il Creatore. La formula in questione potrebbe pertanto riferirsi al fatto che il Creatore di tutte le cose mantiene con cura le proprie opere. Secondo altre interpretazioni il famoso quadrato del Sator aveva finalità apotropaiche, ovvero serviva ad allontanare eventuali influssi magici maligni.

Semplici coincidenze? Oppure c’è altro dietro? Fatto sta che il fenomeno è di per sé molto curioso e data la perfezione matematica, geometrica, grammaticale, semantica, alchemica, spirituale di questo quadrato magico, lo si potrebbe reputare quasi come un prodigio. Un’altra singolarità quadrato è che esso è a base 5. Cinque di base e cinque si altezza. Singolare, appunto, perché per gli antichi cinque era numero androgino in quanto unione del primo numero maschile con il primo femminile ( il due e il quattro, in quanto il numero uno non era ancora reputato un numero poiché reputato come non-quantità) per cui numero dell’amore e della conoscenza, sacro ai pitagorici, agli indù e in altre tradizioni in virtù della sua proprietà di unire in un sol punto gli estremi ( l’uno e il dieci) e di nuovo l’alto con il basso la destra con la sinistra. La stessa parola “cinque”, ha di fatto cinque lettere.

Voci dal Nord

A tutti è dovuto il Mattino,

ad alcuni la Notte.

A solo pochi eletti

la luce dell’Aurora.

Emily Dickinson

L’aurora boreale è un fenomeno naturale che da secoli affascina l’uomo.

I popoli del nord ci hanno tramandato molte leggende per tentare di dare una spiegazione alle fantastiche luci colorate.

Lapponi o Saami che vivono in Lapponia, cioè a nord del Circolo Artico, in quello che sono ufficialmente la Finlandia, la Svezia e la Norvegia settentrionale, hanno tradizionalmente creduto che le luci non fossero altro che l’energia sprigionata dalle anime dei defunti.

Quando i fuochi apparivano nei cieli, le persone assumevano un atteggiamento solenne e ai bambini veniva comandato di restare tranquilli e di essere rispettosi nei confronti delle luci. Si credeva che chiunque non avesse rispettato le luci potesse cadere in disgrazia, andando incontro a malattie e persino alla morte. Questo popolo credeva anche che queste luci avessero effetti magici, non a caso, i tamburi degli sciamani lapponi riportano spesso rune raffiguranti le luci, per raccoglierne l’energia. Si ritiene che le luci avessero anche un effetto calmante sulla popolazione in diverse circostanze e che il tempo delle luci sia stato favorevole alla risoluzione dei conflitti. C’era anche la convinzione che se si fosse fischiato mentre le luci del Nord si manifestavano in cielo, le luci si sarebbero avvicinate e che a quel punto si poteva persino essere trasportati via da esse.

Innanzitutto il termine Aurora Borealis, il nome internazionale con cui viene definito l’evento, fu coniato da Galileo nel 1619 dal nome della dea romana dell’alba ‘Aurora’ e dalla parola ‘borealis’, ovvero ‘nordica’. La popolazione Sami che vive nella Lapponia però chiama l’aurora con la parola ‘guovssahasat’ che significa ‘luce del mattino’ o ‘luce della sera’ e dà anche il nome a un uccello, il passero siberiano, che ha piume colorate e un carattere molto gioviale. Secondo una credenza degli antichi finlandesi l’anima di un cacciatore sarebbe entrata nel corpo del passero. Uccidere un passero siberiano portava quindi sfortuna. E anche le aurore boreali erano considerate spiriti dei defunti.

La parola finlandese per indicare l’aurora boreale è ‘revontulet’, ossia ‘incantesimo’. Quindi per i popoli nordici le aurore erano incantesimi causati delle forze dell’oscurità e della luce che combattevano tra loro nei cieli.

Questi raggi luminosi, che rimbalzano fra ghiaccio e nuvole basse, creando un’opalescenza accecante sono causati dalla deviazione dei raggi solari, che cadono obliquamente quando passano attraverso strati di aria fredda. Si formano allora delle pallottole di ghiaccio cristallino, che nell’aria che si scalda più velocemente della neve sottostante creano effetti spettacolari: false lune, ruote luminose e raggi prodotti dai prismi di cristallo di ghiaccio. Allo spettatore appaiono così delle sorte di miraggi: immagini sdoppiate, aloni fantastici intorno al Sole, doppi Soli, doppie e triple Lune.

Da sempre si afferma che le aurore siano accompagnate da suoni misteriosi e affascinanti. Il mistero del suono delle aurore ha intrigato esploratori, scienziati e abitanti del nord. Tradizioni orali riportano di un “frusciare” o “sibilare” durante i rapidi movimenti delle aurore.

Esiste, in effetti, la possibilità che oltre l’apparizione visibile, una persona possa percepire, ma non udire realmente, l’aurora.

Meno romantica è la spiegazione fornita dalla scienza dopo gli studi del norvegese Kristian Birkeland all’inizio del Novecento. Lo scienziato capì che a provocare le aurore era la corrente magnetica che attraversa la ionosfera. I flussi di particelle di origine solare, avvicinandosi alla terra, colpiscono il nostro campo magnetico. Quest’ultimo, chiamato magnetosfera, distorce il vento solare come le onde che si infrangono sulle rocce, creando una sorta di cometa. E nelle regioni polari, dove lo scudo magnetico è meno forte, vediamo l’Aurora. I colori che possiamo ammirare sono solitamente rosso, verde e blu (i cosiddetti archi aurorali) e dipendono dai gas presenti nell’atmosfera, ma le forme incredibili che le luci assumono non hanno ancora una spiegazione chiara.

Per quanto riguarda invece il suono delle aurore, a volte, durante l’apparizione di quest’ultime, si possono udire suoni che somigliano a sibili. Si tratta di suoni elettrofonici. L’origine di questi suoni non è ancora chiara: si ritiene che essi siano dovuti a perturbazioni del campo magnetico terrestre locale, causate da un’aumentata ionizzazione dell’atmosfera sovrastante.Gli elettroni ad alta energia rimangono intrappolati nelle fasce di radiazione della Terra. Quando vengono accelerati dal campo elettromagnetico, producono questo suono.

Note con il nome di «aural chorus», le frequenze dell’aurora, possono essere convertite in audio mediante l’impiego di un apposito ricevitore. Il suono ottenuto assomiglia a un coro di uccelli, da cui il nome dato a questo tipo di emissioni.

Qualunque sia la spiegazione di questo fenomeno, comunque, fatto sta che lo spettacolo è pur sempre incredibile ed emozionante.

Riemergere: AMA, una danza subacquea

Julie Gautier, figlia di un’insegnante di danza e di un pescatore subacqueo, decide di non rinunciare a nessuna delle passioni trasmesse dai genitori e di unirle in una nuova forma d’arte. È originaria dell’Isola della Réunion ma risiede a Nizza dall’età di 26 anni. Qui inizia a realizzare video artistici subacquei con il suo compagno, il campione del mondo d’apnea Guillaume Néry, contribuendo a portare un nuovo sguardo al mondo marino. La loro forza si basa null’usare l’apnea per mostrare entrambi i punti di vista della macchina da presa, in una combinazione perfetta di performance, esplorazione ed estetica. Completamente autodidatta, la Gautier ha fatto della sua disciplina un’arte che dichiara di essere ispirata dalla danza, dai cartoni animati e dal cinema

Julie Gautier, campionessa di apnea, modella subacquea, regista, cameraman, ballerina, ci racconta la sua storia più intima in AMA , un video di estrema delicatezza e bellezza girato nella piscina più profonda del mondo, quella di Montegrotto Terme, Y-40 , in cui lei stessa è la protagonista. AMA è una danza sott’acqua per raccontare il dolore e la necessità di affrontarlo. Un video, un racconto dedicato alle donne che ha come scopo di essere un messaggio di speranza per tutti coloro si trovano costretti a affrontare il dolore. Il tutto, accompagnato da una fantastica e suggestiva colonna sonora tutta all’italiana intitolata “Rain In Your Black Eyes” (tradotto, pioggia nei tuoi occhi neri), composta dal grande Ezio Bosso. Titolo, tra l’altro, molto in tema con l’argomento che la Gautier ha deciso di trasmetterci e melodia altrettanto inerente ad un tema delicato che ognuno decide di interpretare a seconda del proprio vissuto e delle proprie emozioni. Non a caso, la stessa Julie Gautier ha affermato che l’introduzione del film è completamente dedicata alla canzone.

Questo capolavoro, è una danza che ti asciuga le lacrime, ti abbraccia e ti conforta al tempo stesso. Quando il dolore è troppo grande da tener dentro, c’è l’arte ad aiutarci. Paradossalmente, non lo si dovrebbe trattenere come il respiro sott’acqua in questa performance, ma lo si dovrebbe esternare, buttar fuori.

All’inizio del video, infatti, possiamo notare una donna attraversata da lacrime di pioggia, alle quali, con fermezza, decide di non sottrarsi. La pioggia cade su questa donna come tutte quelle lacrime che non può e che non riesce a piangere. Nella scena successiva, la donna diventa quasi come un qualcosa di spirituale ed è oramai completamente immersa nell’acqua. Distesa sul fondo di una vasca immensa inizia a muoversi, mantenendo la sua delicatezza. Da qui inizia la sua danza. Una danza delicata, toccante ed emozionante che la porterà pian piano ad emergere in superficie per poter poi tornare finalmente a respirare.

Il titolo AMA deriva dal giapponese “donna del mare”, un termine usato per raffigurare le tradizionali pescatrici subacquee alla ricerca di perle, donne molto forti e unite tra loro. Ed è a tutte le donne del mondo che viene dedicato il film.

L’arte e la psicologia sono due dimensioni strettamente collegate per quanto riguarda il superamento di eventi traumatici. Attraverso l’arte è possibile esprimere idee e sentimenti associati a un evento traumatico. L’arte diviene quindi uno strumento essenziale per poter comunicare e trasformare il dolore. Un aiuto meraviglioso per la metamorfosi dei traumi.

Nell’ esistenza di ognuno, chi molto più, chi fortunatamente meno, ci sono difficoltà, disfunzioni, momenti di sconforto e di abbattimento, situazioni complicate e dolorose. È qui che reagire alle avversità, auto-ripararsi, diventa la sola soluzione. Secondo alcuni studi, si è dimostrato, soprattutto nel mondo femminile, una meravigliosa capacità – fisica e psicologica – di accettare il dolore senza rimuoverlo, di lasciarsi attraversare da esso, e alla fine di usarlo non banalmente per resistere ma per rigenerarsi. Perché tenere duro non basta, anche se ci sono momenti in cui non possiamo fare altro che tenere duro. Non si tratta di fare di necessità virtù, ma proprio di crescere attraverso la difficoltà e il dolore.

AMA è un film muto. Racconta una storia che ognuno può interpretare a modo suo, sulla base della propria esperienza. Non c’è nessuna imposizione, solo suggerimenti.

Ho voluto condividere con questo film il mio dolore più grande in questa vita. Perché non è troppo crudo, l’ho coperto con grazia. Per non appesantirlo troppo, l’ho immerso nell’acqua.

Dedico questo film a tutte le donne del mondo”.

Julie

Gli occhi del cuore

Nella teoria critica, nella sociologia e nella psicoanalisi, lo sguardo è l’atto di vedere e, in senso filosofico e figurativo, come un individuo percepisce altri individui, altri gruppi o se stessi.

Lo sguardo ha una grandissima importanza nella comunicazione interpersonale. ​
Gli occhi sono il fulcro di tutto.
Il guardare l’altro negli occhi, il sentirci guardati negli occhi.

Vedere oltre, lo sguardo, la vista. Il contatto visivo e la comunicazione non verbale in genere sono segni importanti in uno spazio strutturato di relazione, elementi fondamentali che inviano messaggi densi di significati nel “qui e ora” del contesto. Concetto, questo, che non vale solo per le aule scolastiche e i diversi ambienti educativi, ma riguarda la vita di tutti i giorni ed ogni contesto. Occorre affinare la capacità con cui vedere al di là di quello che la vista può osservare. Per questo a molti sfuggono informazioni fondamentali. Per farlo, non basta allenare la vista come organo di senso, ma bisogna imparare a guardare con gli occhi del cuore, lasciandosi guidare dalle emozioni, dallo spirito.

Ed è proprio attraverso la vista che decodifichiamo la maggior parte degli stimoli che provengono dall’esterno. Basti pensare che, attraverso di esso, assumiamo circa il 90% delle informazioni relative all’ambiente circostante.

Lo sguardo assume, chiaramente, un’importanza che varia da contesto a contesto. 

Per Freud, il contatto visivo era inutile e poteva, addirittura, compromettere la relazione e le “libere associazioni”. Per questo, egli si posizionava alle spalle del paziente che si stendeva sul divano.

Anche se sappiamo dallo stesso Freud che il setting delle sedute psicoanalitiche lo aveva ideato per un suo personale bisogno di non guardare negli occhi il paziente, possiamo pensare che tale setting fu ideato anche per uno sfondo culturale dell’epoca.

Con Carl Gustav Jung il setting delle sedute cambia: in una stanza, anch’essa confortevole e familiare, analista e paziente si siedono comodamente, ognuno su di una poltrona, l’uno di fronte all’altro. Entra in gioco, così, lo sguardo che si avvicenda al dialogo, secondo un ritmo di alternanza dialettica. In questo caso, dunque, è necessario che paziente e analista si guardino in viso: lo sguardo diventa, così, uno strumento d’indagine di grande importanza.

La maggior parte degli approcci attuali riconoscono l’importanza dello sguardo. Diventa chiara, così, l’importanza dello sguardo come espressione di aspetti non verbali della comunicazione, che ricorrono in tutte le relazioni

  • sociali,
  • professionali,
  • sentimentali e
  • familiari.

D’altro canto, è quello che esprime la frase “capirsi con uno sguardo”, visto che non serve sempre la parola per comunicare. La comunicazione senza parole, quella che si sviluppa nel silenzio, è più arcaica, istintiva, perché interessa il linguaggio del corpo. Mentre il linguaggio delle parole è solo una piccola parte della comunicazione umana.

“Si limitò a guardarmi. Quello sguardo mi disse tutto quello che c’era da dire.”

– Charles Bukowski

Poiché, dunque, la comunicazione va oltre le parole e anche lo sguardo è comunicazione, siamo tutti esposti all’esperienza sensibile che ci mette in relazione tramite la percezione. Per il modo in cui gli altri ci guardano e per come noi guardiamo il mondo, creiamo relazioni e comunicazione.

Vedere oltre significa, quindi, allenare il cuore, la mente, il corpo e le emozioni ad accogliere un’esperienza di realtà molto più ampia, di cui lo sguardo, non solo nel senso fisico ma anche metaforico, è il primo contatto. Solo così si impara a rinunciare a soffermarsi su ciò che la sola vista può notare: gli errori, i difetti, tutto quello che non corrisponde ai canoni di chi osserva.

Riguardo il contatto visivo, sono stati fatti numerosi esperimenti e performance, dove, addirittura, alcune persone hanno avuto dei crolli emotivi.

Un esempio lampante, è quello di Marina Abramović, un’artista serba naturalizzata statunitense. Attiva fin dagli anni Sessanta del XX secolo, si è autodefinita come la «nonna della performance art»: il suo lavoro esplora le relazioni tra l’artista e il pubblico, ed il contrasto tra i limiti del corpo e le possibilità della mente.

The artist is present, 2010

Al MoMA (Museum Of Modern Art) di New York in uno spazio aperto in cui è collocato un tavolo e due sedie una a fronte dell’altra, l’artista seduta guarda i visitatori invitati a sedersi. La performance dura 736 ore.

Tre mesi, ogni giorno seduta quasi immobile per sette ore, guardando gli occhi di chi, di fronte a lei, volesse mettersi in gioco.

The artist is present è la performance unica ed ineguagliabile dell’artista Marina Abramović. Tale performance si è rivelata un fluire continuo di emozioni tra due persone, uno svuotarsi e un riempirsi di continuo.

Con il semplice “guardarsi” ognuno è potuto penetrare nello sguardo dell’altro, condividendo emozioni, ricordi, anche essendo dei perfetti sconosciuti.

The artist is present si è stato definito in vari modi: film, video testamento artistico, performance della performance e molto altro. È un’opera che mette a nudo l’artista e la sua incessante ricerca che da quaranta anni analizza le emozioni ed i meccanismi dell’essere umano tra etica ed estetica.

L’Abramović ti osserva costringendoti ad osservarti, dichiarando lei stessa: “Quello che posso dire è che questa performance mi ha cambiata a livello profondo; per me può solo avvenire che il mio lavoro cambi la mia vita e non l’opposto. (…) l’aspetto interessante della situazione è che il pubblico osserva sé stesso e l’osservatore diventa osservato (…) dobbiamo esplorare altri modi di comunicare”

Tra le sequenze più intense del film vi è la partecipazione inaspettata di Ulay, suo compagno di vita e di arte per dodici anni che, invitato ad insaputa della Abramović come ospite d’onore, decide di partecipare alla performance. I sentimenti e le emozioni vincono su qualsiasi altra cosa, fino a sopraffare l’artista, che facendo un’eccezione alle rigide regole della performance, allunga le mani fino a toccare quelle dell’ex, mentre dai suoi occhi scorrono lacrime vere, momento di intensa verità nell’opera, nel quale l’uomo e l’artista si identificano, a superamento dell’autobiografismo. 

Sembrerà una frase fatta, ma probabilmente è proprio vero…

Gli occhi sono lo specchio dell’anima.